Corruzione e trasparenza
Editoriale di Anna Armone
Direttore Responsabile
Dedico questo editoriale ad uno dei tormentoni burocratici della scuola, la pubblicazione dei dati nell’area Amministrazione trasparente e al suo presupposto, il Piano triennale di prevenzione della corruzione e trasparenza. Siamo oramai abituati alla deriva burocratica dello spirito delle leggi. La trasparenza è uno di questi casi. Prima ancora di farla percepire ed esercitare come diritto civico, l’abbiamo strettamente collegata alla prevenzione e contrasto alla corruzione. Perché nel nostro Paese la corruzione ha radici profonde e inestirpabili? Perché funziona sempre la presunzione di colpevolezza al posto della presunzione di legalità?
La storia è risalente all’inizio degli anni ’90 quando venne legiferata la normativa sulla trasparenza documentale. In effetti tale norma poneva al centro il cittadino attribuendogli il diritto a conoscere atti e provvedimenti che lo riguardavano. La risposta delle amministrazioni, in particolare quella scolastica, fu difensiva, cercando spasmodicamente di difendere quell’area nascosta dell’attività e delle decisioni amministrative detenute dai burocrati. Intorno a questa norma vennero emanate altre norme satelliti finalizzate a rendere operativi quei principi innovativi quali la partecipazione, l’efficienza del procedimento.
Dodici anni dopo, sulla scorta dei lavori di una Commissione insediata presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, venne varata la legge 190/2012 sulla prevenzione e contrasto alla corruzione. Ed è proprio all’interno di tale norma, peraltro legge delega, che è stata prevista l’emanazione di un decreto legislativo sugli obblighi di pubblicazione di atti, informazioni e documenti in un’apposita area, l’area Amministrazione trasparente. Da quel momento gli adempimenti da parte di tutte le Amministrazioni pubbliche sono cresciuti sulla scorta di successive modifiche del d.lgs. 33/2013 e delle disposizioni generali dell’Anac che è diventata sempre più regolatrice della materia.
E la scuola si è trovata in questo vortice a causa della delibera 430/2016 scritta davvero senza attenzione alle azioni e alle finalità della scuola. Basta pensare che nell’allegato A) alla citata delibera sui luoghi di attenzione per la potenziale corruzione, vengono inclusi il procedimento valutativo degli apprendimenti, l’assegnazione dei docenti alle classi e altre amenità. Da allora, dieci anni orsono, nessuno ha aperto una riflessione sulla scelta (apparentemente) dell’Anac di ritenere la scuola, o meglio la sua azione amministrativa e didattica a rischio corruzione. Ciò non significa che la scuola è indenne da fenomeni corruttivi, ma inserirla in un sistema costruito per amministrazioni centrali e locali era l’unica possibilità?
Prima di analizzare questo punto facciamo una riflessione sull’efficacia e correttezza del collegamento tra il PTPCT dell’USR e gli adempimenti delle scuole in materia di pubblicazione nell’area Amministrazione trasparente. La distanza tra il PTPCT e la pubblicazione nell’Area AT da parte della scuola è enorme. A leggere il Piano, tutti piani regionali, si ritrovano tutti gli elementi e le finalità previste dalla normativa generale e dal PNA (Piano nazionale Anticorruzione). Ma se chiediamo ad un docente, ad un assistente amministrativo, ad un dirigente quali sono gli obiettivi triennali del Piano e quali gli adempimenti relativi alla trasparenza collegati, non avremo risposta. Un’inutilità assoluta che risponde solo ad una filiera di adempimenti che applicati alle istituzioni scolastiche dimostrano tutta la loro inadeguatezza e, peggio ancora, un investimento che non produce alcunché. Se andiamo ad indagare il panorama della PA troviamo altre architetture nella pubblicazione di dati, informazioni e documenti. Un esempio eclatante è l’INPS, le cui sedi territoriali non hanno l’obbligo di pubblicazione, ma solo di inoltro all’amministrazione centrale.
Ma se compariamo il sistema della trasparenza sui siti delle scuole europee con il nostro sistema ne usciamo come unico Paese che considera la scuola come uno qualsiasi dei soggetti pubblici. In particolare, nei Paesi europei di civil low le scuole non hanno l’obbligo della pubblicazione della mole di dati e documenti come le nostre scuole. Le scuole europee pubblicano con lo scopo di comunicare alla comunità l’offerta formativa e di servizi. Al massimo pubblicano i bilanci e il modello organizzativo. Tutti gli altri dati vengono trasmessi al livello gerarchico superiore che varia secondo il modello amministrativo del Paese. Manca il legame funzionale con la corruzione poiché la trasparenza viene percepita come un diritto del cittadino esercitabile attraverso il diritto di accesso.
Ma come si può cambiare lo scenario in Italia? Come si può affrontare il problema della corruzione senza partire sempre dal modello sanzionatorio? Come si può trasformare la trasparenza da obbligo sanzionabile in diritto soggettivo percepito e agito dal cittadino? Forse bisogna partire dall’educazione all’etica del dipendente pubblico. Per fare ciò andiamo ad analizzare lo strumento che il legislatore dal 2013 ha individuato in un d.p.r., il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, ben distinto dal codice disciplinare contenuto nel CCNL. Qual è il livello di assimilazione delle regole comportamentali da parte dei dipendenti pubblici, tra i qual i dipendenti dell’istituzione scolastica? Quali sono state le azioni conseguenti previste dall’art. 54 del d.lgs. 165/2001 nel sistema scolastico? Risposta negativa ad entrambi gli interrogativi. Il MIM ha emanato uno specifico codice di comportamento per i suoi dipendenti, ma nulla per le istituzioni scolastiche. È una dimenticanza, è un fatto voluto? Sta di fatto che nella scuola il vuoto etico comportamentale è visibile e improduttivo di qualsiasi effetto.
Se è così che senso ha parlare di contrasto alla corruzione e di trasparenza? Prima dell’azione formale di rilascio di dichiarazioni di incompatibilità e altre attestazioni di correttezza formale, è l’atteggiamento individuale da cambiare pretendendo da tutti i dipendenti, dal dirigente al collaboratore scolastico, comportamenti coerenti con i dichiarati principi etici del Codice di comportamento generale. In attesa che al MIM qualcuno si svegli e scopra che la scuola non è l’ufficio postale, ma un luogo in cui le norme hanno un valore diverso e richiedono una testimonianza individuale e collettiva, perché alla fine, tutto questo infinito processo di carte, azioni, operazioni, finisce in aula laddove cresce il futuro del Paese.
Veniamo al numero 3 della Rivista, iniziando con il saggio di Patrizia Giorgi. L’autrice evidenzia la necessità di ripensare ai molteplici ruoli del dirigente scolastico ma soprattutto a quelli connessi alla svolta tecnologica: il ruolo di leader della comunità scolastica, come mediatore tra esigenze normative e didattiche, ma soprattutto di promotore dell’innovazione. Promuovere l’innovazione in un ambito culturale e educativo significa orientare tutte le azioni al superiore.
Susanna Granello descrive il ruolo della scuola nell’affrontare un’ipercomplessità digitale: l’IA non è solo strumento, ma trasforma processi cognitivi e decisionali, imponendo supervisione umana, leggibilità delle decisioni e chiara responsabilità del deployer. L’AI Act orienta verso una governance risk-based e una sostenibilità organizzativa della compliance, dove la qualità amministrativa dipende dall’integrazione coerente tra innovazione, diritti e accountability.
Riccardo Lancellotti ripercorre l’evoluzione dell’Educazione civica in Italia dall’introduzione nel 1958 (D.P.R. 585/1958) come appendice alla Storia nella secondaria alla L. 92/2019 che reintroduce formalmente l’“Educazione civica”, poi ampliata nel 2024–2025 a educazione finanziaria/assicurativa e sicurezza sul lavoro, mantenendo natura trasversale. Resta però la marginalità delle scienze sociali nei curricoli, con l’esigenza di fondare l’educazione civica su un duplice asse: norme formali e “costumi” (approccio psico socio antropologico).
Il contributo di Maurizia Maiano propone un percorso didattico centrato sulle Lezioni americane di Italo Calvino come strumento di “riscolarizzazione” dei valori nell’età della digitalizzazione e del cyberbullismo. Prendendo le mosse dalla crisi contemporanea dell’autorità educativa (scuola e famiglia) e dalla pervasività delle comunicazioni in rete, il progetto assume i sei nuclei calviniani - leggerezza, rapidità, esattezza, molteplicità, visibilità e coerenza - come chiavi interpretative del presente e come assi valoriali per l’educazione alla cittadinanza digitale. L’unità prevede un lavoro laboratoriale per gruppi, ciascuno dedicato a una “lezione” di Calvino, chiamato a rielaborarne i contenuti in rapporto ai nuovi scenari comunicativi (social network, linguaggi ibridi, velocità e viralità dei messaggi) e alle dinamiche del cyberbullismo. La proposta intende sviluppare, trasversalmente, competenze critiche e metacognitive: lettura profonda dei testi, consapevolezza del linguaggio e delle sue ambivalenze, capacità di tenere insieme un concetto e il suo contrario (leggerezza/pesantezza, rapidità/indugio, esattezza/vaghezza, molteplicità/uniformità, visibilità/invisibilità), fino alla ricerca di una coerenza personale. Attraverso attività di analisi, scrittura creativa, riflessione sui propri vissuti online e pratiche di apprendimento collaborativo in rete, le Lezioni americane diventano così un laboratorio interdisciplinare in cui letteratura, filosofia, scienza e tecnologie digitali dialogano per formare cittadini consapevoli, capaci di abitare criticamente lo spazio virtuale e di riconoscere, decostruire e prevenire le forme di violenza simbolica proprie del cyberbullismo.
Giancarlo Sacchi ripercorre l’evoluzione dell’autonomia scolastica: con l’entrata in vigore nel 2000 del D.P.R. 275/1999 (figlio delle leggi “Bassanini” 1997) e dopo il tentativo fallito di Galloni (1989), l’autonomia viene poi “incardinata” nel Titolo V 2001, ma rimane attuata solo parzialmente, compressa da un persistente centralismo. L’excursus giunge all’analisi dell’ultima grande riforma, la legge n. 107/2015 e alla prospettiva dell’art. 116 Cost. che resta leva potenziale per l’autonomia differenziata, condizionata ai LEP: senza standard e coperture, l’istruzione resta allo Stato. A 25 anni dal regolamento, permane il nodo: come coniugare indirizzo nazionale e flessibilità territoriale senza sacrificare l’eguaglianza sostanziale.
Vanna Monducci affronta i temi della globalizzazione, della transizione digitale ed ecologica e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale che stanno cambiando in profondità il rapporto tra scuola e lavoro. In questo contesto, l’istruzione tecnica e professionale deve andare oltre i vecchi modelli e puntare su competenze integrate, orientate a innovazione, mondo internazionale e apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
L’articolo esamina i principali cambiamenti in corso: come stanno cambiando le competenze richieste dal mercato del lavoro, come l’intelligenza artificiale modifica la didattica, il ruolo delle micro credenziali e della formazione continua, le collaborazioni internazionali tra scuole e imprese e le possibili evoluzioni della scuola nei prossimi dieci anni. Ne risulta l’idea di un ecosistema educativo più aperto, flessibile e connesso, in cui la formazione accompagna la persona per tutta la vita e diventa uno dei fattori principali di sviluppo economico, sociale e culturale.
Francesco Baccolini illustra in modo chiaro come il rito speciale del lavoro (legge n. 533/1973, artt. 409 ss. c.p.c.) assicuri una tutela rapida dei rapporti di lavoro grazie a principi di oralità, immediatezza, concentrazione e forte favor per la conciliazione. Viene ben ricostruita l’ampia sfera applicativa dell’art. 409 c.p.c., che comprende il lavoro subordinato e le collaborazioni coordinate e continuative, anche nel pubblico impiego. È efficace la sintesi del doppio binario di giurisdizione delineato dal D.Lgs. 29/1993, D.Lgs. 80/1998 e D.Lgs. 165/2001: al giudice ordinario, quale giudice del lavoro, le controversie sul pubblico impiego privatizzato; al giudice amministrativo, in giurisdizione esclusiva, le procedure concorsuali di assunzione e i rapporti rimasti in regime di diritto pubblico.
La parte dedicata al diritto scolastico affronta in modo approfondito la questione della legittimazione passiva nelle controversie dei dipendenti scolastici, mostrando il contrasto tra l’autonomia organizzativa degli istituti (l. 59/1997, D.P.R. 275/1999) e il permanere del rapporto organico con l’amministrazione centrale. L’analisi sulla distinzione tra legitimatio ad causam e legitimatio ad processum è chiara e ben collegata al combinato disposto dell’art. 16, comma 1, lett. f), D. Lgs. 165/2001 e dell’art. 8, comma 1, lett. o), D.P.C.M. 208/2023. Con una motivazione convincente viene sostenuto che la legitimatio ad causam spetti esclusivamente al Ministero dell’Istruzione e del Merito, mentre ai dirigenti degli Uffici Scolastici Regionali è riconosciuta solo una legittimazione processuale alla gestione delle liti.
Federica Marotta analizza l’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 20225/2025, in tema di applicabilità dell’istituto della riabilitazione disciplinare al personale scolastico colpito da sanzione espulsiva. Nello specifico la Suprema Corte è stata chiamata a chiarire se l’istituto della riabilitazione possa trovare applicazione anche in relazione alla sanzione della destituzione. Il presente contributo, dunque, dopo aver ricostruito il sistema sanzionatorio disciplinare vigente per il personale della scuola e la funzione dell’istituto riabilitativo nel più ampio quadro del pubblico impiego, esamina il percorso argomentativo seguito dalla Suprema Corte, fondato su un’interpretazione letterale e sistematica delle disposizioni di riferimento, per poi soffermarsi sulla portata applicativa del principio di diritto enunciato e sulle sue ricadute in termini di tutela del rapporto di lavoro nel settore dell’istruzione pubblica.
Vincenzo Palermo nella rassegna cinematografica presenta il film Disclosure Day di Steven Spielberg. Il governo americano svela al mondo una verità sconvolgente: gli alieni esistono e sono già tra noi. La notizia scatena il caos globale tra panico, crisi religiose e complotti. La storia segue un gruppo di persone comuni. È un film che offre un messaggio di speranza ed empatia che proviene dalle stelle, destinato a una terra squassata dalla terza guerra mondiale a pezzi.
Il secondo film è Gioia mia di Margherita Spampinato che narra di Nico, un undicenne del Nord iperconnesso e abituato ai ritmi della tecnologia, che è costretto a trascorrere un’estate in Sicilia a casa della prozia Gela (Aurora Quattrocchi). Gela è un’anziana donna burbera, profondamente religiosa e legata a tradizioni antiche. Tra i cortili del condominio popolati da anziane e ragazzini, lo scontro iniziale tra modernità e passato si trasforma gradualmente in un profondo legame affettivo e intergenerazionale. L’esordio di Margherita Spampinato accoglie la bellezza e il mistero del racconto di formazione, sussurrandolo a una generazione intontita da una sempre più alienante modernità digitale.
Il terzo film, 3 km alla fine del mondo, Regia di Emanuel Parvu è un potente e lucido dramma sociale che narra di Adi, un diciassettenne che sta trascorrendo le vacanze estive con i genitori in un tranquillo e isolato villaggio di pescatori sul delta del Danubio. Una notte viene brutalmente pestato per strada. Quando si scopre che l’aggressione ha una matrice omofoba - scaturita dall’averlo visto in atteggiamenti affettuosi con un turista di Bucarest - la tranquilla facciata della comunità crolla. Genitori, forze dell’ordine e persino il prete locale si coalizzano, preferendo insabbiare la verità e colpevolizzare la vittima pur di preservare il finto decoro del villaggio. Come dice Palermo questo film ha l’ambizione pedagogica di accogliere la diversità e di porgere ai giovani la chiave di volta per decifrare la complessità del mondo in cui vivono.
Giuliana Costantini recensisce tre libri, dei quali il primo è In Federico II. L’ultimo imperatore (Salerno Editrice). L’autore Fulvio Delle Donne indaga l’imperatore svevo analizzandone l’altissima consapevolezza politica. Il saggio sfugge alle agiografie e alle demonizzazioni, proponendo un ritratto rigoroso in cui si intrecciano diritto, scienza, poesia e la complessa gestione del potere. Il secondo libro “I Romani che non ti aspetti. Storie bizzarre per menti curiose” di Mario Lentano è un’opera saggistica brillante e accessibile, pubblicata da Carocci Editore. Attraverso 21 racconti brevi, il docente di Letteratura Latina dell’Università di Siena ribalta l’immagine monumentale e rigorosa dell’Antica Roma, svelando un mondo fatto di superstizioni, rituali eccentrici e paradossi quotidiani. Il terzo libro “Il disobbediente” di Andrea Franzoso (edito da Rizzoli) è un’autobiografia civile cruda e illuminante, che racconta la vera storia del primo grande whistleblower italiano. Il testo descrive in modo diretto come l’onestà e il rispetto delle regole possano trasformarsi in un atto rivoluzionario, pagato a caro prezzo dall’autore.